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LA CIA A TOURISMA

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Buongiorno a tutti,

io vorrei iniziare dal motivo per cui siamo stati chiamati qui, cioè il Coordinamento degli Archeologi Italiani.

E la prima domanda è se ha senso il Coordinamento: per noi aveva senso ieri, lo ha oggi e lo avrà domani, ma se esso sarà un luogo di elaborazione e confronto, fondato su regole certe e democratiche, tra le componenti archeologiche.

Abbiamo fatto molte riunioni fino ad oggi, ma troppe di esse le abbiamo passate a parlarci addosso sul che fare, senza discutere di ciò che ci accadeva intorno, troppi gli elementi su cui non ci siamo confrontati, pure essendo stato richiesto di farlo.

E' il caso, ad esempio, del Bando per 60 funzionari a tempo determinato per 9 mesi, folle, su cui la CIA ha ottenuto almeno il rinvio delle date di iscrizione e una interrogazione parlamentare. Ci saranno ricorsi, è bene saperlo, sia sui requisiti formativi, che sui limiti di età (40 anni) che sui criteri, vaghissimi, di qualificazione delle esperienze professionali.

Tornando al Coordinamento, è necessario che tutte le componenti che ne fanno parte si assumano la responsabilità di partecipare ai lavori di organizzazione ed elaborazione dei documenti, un atteggiamento diverso sarebbe esiziale per tutto il lavoro svolto finora.

Sulla riforma abbiamo perso un'occasione storica, potevamo da tempo giocare in attacco, proponendo avanzamenti e criticando, noi archeologi, tutti, un sistema che dei problemi ha sempre avuto, ma abbiamo preferito sfoderare un catenaccio quando la partita era ormai già chiusa.

Il risultato è una riforma che entrerà in vigore mentre la precedente, di un anno fa, non riesce ancora ad andare a regime, senza che nessuno nel MiBACT si sia preoccupato di verificarne la corretta applicazione: il risultato è che da un anno si assiste all'assurda e imbarazzante guerra tra soprintendenze e poli museali per un dipendente, un computer, un proiettore, mentre la tutela dei territori, significativamente al primo posto tra i compiti del MiBACT, rallenta e si piega.

Si proclama oggi la semplificazione delle procedure, benissimo, ma qualcuno si è posto il problema di cosa succederà quando le opinioni delle differenti aree tecniche divergeranno sulla tutela di un bene o un territorio?

Varrà di più la posizione degli architetti, degli storici dell'arte o degli archeologi?

Anche sulle divisioni territoriali ci sarebbe da dire: come si tutelerà un territorio di 160 km che va da Cuneo ad Alessandria? Perchè alcune città metropolitane non sono state trattate come le altre (per esempio Bologna)? Perchè in alcuni territori, come Marche e Umbria, si è scelto di mantenere soprintendenze regionali?

E poi c'è il caso di Roma : in un momento in cui a tutti è ormai chiaro che il corpo civico ha bisogno di sentirsi unito, che va superata la divisione tra centro e periferia, come dobbiamo giudicare, politicamente prima ancora che tecnicamente, la scelta di separare la tutela del bel centro storico dei monumenti dalla periferia fuori le mura?

Anche sui musei si sono fatte scelte incomprensibili: se tre musei come quelli della Civiltà Romana, delle Tradizioni Popolari e il Pigorini si trovano a pochi metri di distanza, nonostante la palese differenza di pubblico e di tema, vengono considerati un unico polo museale.

E poco importa se, come nel caso del Pigorini, abbiamo scelto di penalizzare quello che fino a pochi anni fa era un centro di eccellenza italiano, per la sua partecipazione a progetti europei e per la sua capacità di elaborazione, togliendogli autonomia di spesa e di progetto.

Certo, i musei e i parchi archeologici appena istituiti avranno direttori provincialmente scelti con concorsi internazionali, ma il territorio da tutelare resterà il regno delle odiate e povere soprintendenze, ridotte a passacarte dei prefetti e subordinate alle scelte politiche: un'istituzionalizzazione e formalizzazione della stagione dei commissariamenti che allora tutti contestammo.

Qualcuno si preoccuperà di capire nel prossimo anno e mezzo, come verrà applicata la riforma, se la tutela ne risentirà, se l'accesso, di tutti, ai magazzini e agli archivi sarà garantito?

Eppure, dicevo prima, siamo a fine partita e il catenaccio ha già ampiamente dimostrato di non funzionare.

Riusciremo noi archeologi a provare a guidare, da tecnici, l'applicazione della riforma?

E' una scelta che possiamo scegliere di fare o meno, ma se scegliamo di farla, non possiamo che partire dall'analisi e dall'elaborazione, per arrivare a una proposta.

Dovremmo conoscere bene, noi archeologi, questo percorso, è quello dello scavo stratigrafico, svolto e portato avanti mai da soli, ma sempre in equipe.

Dunque torno al tema dei luoghi del confronto, a cui alcuni vogliono dare nomi e cognomi: è un'operazione a cui noi ci sottraiamo con chiarezza e determinazione.

I luoghi sono di tutti coloro che scelgono di frequentarli, non di uno solo o di un ristretto gruppo, ma appunto bisogna frequentarli, non guardarli o osservarli da fuori: è il tempo delle scelte, o dentro o fuori, terium non datur, su questo saremo severi custodi.

Chi partecipò alla prima riunione del coordinamento ricorderà di avermi sentito dire che ci sarebbero stati momenti di scontro e che sarebbero stati i più importanti, perché fuori dalle ipocrisie e dal conformismo con cui le componenti archeologiche si guardano da sempre, avremmo affrontato i temi finalmente col coraggio delle nostre idee.

Bene, credo che quel momento sia finalmente arrivato e che sia giunta anche l'ora di trasformare, se ne abbiamo la voglia, quel luogo di semplice frequentazione in un luogo di crescita collettiva e di elaborazione per la nostra professione.

Due ultime questioni: è di pochi giorni fa l'emanazione di una nuova circolare sulle concessioni di scavo; non entrerò nel merito degli eccessivi meccanismi burocratici necessari per ottenere una concessione, ma mi soffermerò sulla prima parte del testo, in cui viene, una volta per tutte, sancito il principio che a scavare sono gli archeologi, né gli amatori né i dilettanti, gli archeologi.

Bene, questo è stato possibile, come esplicitamente dichiarato nella circolare, grazie alla ratifica della Convenzione de La Valletta, una di quelle battaglie combattute e vinte dalle associazioni professionali che tanti colleghi ci hanno detto era una perdita di tempo.

E a un'altra perdita di tempo, la famosa legge 110/2014, ora articolo 9bis del Codice dei Beni Culturali, si deve il deciso miglioramento di quella parte del Codice dei Beni Culturali che riguarda gli appalti nel nostro settore: per la prima volta si afferma il principio che a detti appalti possono partecipare solo i soggetti qualificati secondo il suddetto articolo.

Appare dunque, urgente, non ho trovato un aggettivo più edulcorato, l'approvazione da parte della Direzione Generale per l'Educazione e la Ricerca, del Regolamento attuativo della norma: facciamo appello all'Ufficio Legislativo del MiBACT affinché risponda con estrema celerità all'interrogazione che la stessa Direzione Generale gli ha rivolto ormai più di un anno fa in merito alle lauree triennali, affinché si proceda immediatamente alla pubblicazione del Regolamento.

Sarebbe, infatti, inaccettabile che venisse votato il Codice degli appalti prima della norma che, almeno per quanto ci riguarda, dovrebbe applicarlo.

Il mio ultimo pensiero va a un gruppo di archeologi che operano a Roma, nell'ambito della assistenze dei sottoservizi: da tre anni, con le loro facce e i loro nomi, combattono e nei fatti hanno vinto la battaglia per il riconoscimento economico e professionale del loro lavoro.

Queste persone coraggiose, poche, sempre troppo poche tra gli archeologi, si trovano oggi nel momento più drammatico della loro battaglia : dopo aver sfidato e vinto una grande società, vedono il frutto dei loro sforzi svanire a causa delle solite logiche e clientele italiche.

Noi lotteremo al loro fianco, ci rivolgeremo alle sedi competenti affinché la legalità e la correttezza possano trovare spazio anche tra i cantieri archeologici.

Ma se queste persone perderanno la loro battaglia, sarà una sconfitta non solo per loro, ma per tutti: per le associazioni, volontarie e volenterose che li hanno affiancati, per i funzionari, loro direttori scientifici, che perderanno occhi esperti e attenti sul territorio, per i professori che li hanno formati, perché il loro ruolo, in un paese con sempre meno archeologi semplicemente non avrà ragion d'essere.

E noi potremo pure coordinarci, ma le nostre azioni saranno sempre più chiuse in una riserva indiana.

Proviamo a stupirci.

Grazie

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