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OSSERVAZIONI SULLA BOZZA DI REGOLAMENTO ATTUATIVO DELLA DISCIPLINA DI ARCHEOLOGIA PREVENTIVA (ARTT. 95-96 DEL CODICE DEI CONTRATTI)

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Osservazioni generali

Il MiBACT, dopo anni di attesa, sta provvedendo all’emanazione delle Linee Guida per l’applicazione della Legge sull’Archeologia Preventiva. Il testo sembra essere in linea con la recente Riforma del Ministero, con un netto intento di centralizzazione delle procedure e un’evidente prevalenza dell’approccio formale e burocratico rispetto a quello tecnico-scientifico.

In generale dalla lettura del regolamento, emerge, rispetto all’originario intento della norma, la riduzione dell’incidenza delle ricerche preventive: il ruolo delle Valutazioni di Impatto Archeologico, i criteri con cui devono essere raccolti e presentati i dati, gli strumenti che devono essere utilizzati e quelli che il MiBACT mette a disposizione degli studiosi sono tutti aspetti che il regolamento non affronta. 

Manca qualsiasi riferimento al telerilevamento (inteso nella sua estensione più ampia) come strumento principe di lettura del territorio e di analisi preventiva e non distruttiva di esso; manca, inoltre, qualsiasi riferimento ad accordi interministeriali per fornire gli strumenti cartografici e fotografici (cartografie aggiornate, catasti, foto aeree, immagini da satellite, da radar, ecc…) utili e necessari alla corretta redazione delle carte e delle relazioni.

Osservazioni generali

Il MiBACT, dopo anni di attesa, sta provvedendo all’emanazione delle Linee Guida per l’applicazione della Legge sull’Archeologia Preventiva. Il testo sembra essere in linea con la recente Riforma del Ministero, con un netto intento di centralizzazione delle procedure e un’evidente prevalenza dell’approccio formale e burocratico rispetto a quello tecnico-scientifico.

In generale dalla lettura del regolamento, emerge, rispetto all’originario intento della norma, la riduzione dell’incidenza delle ricerche preventive: il ruolo delle Valutazioni di Impatto Archeologico, i criteri con cui devono essere raccolti e presentati i dati, gli strumenti che devono essere utilizzati e quelli che il MiBACT mette a disposizione degli studiosi sono tutti aspetti che il regolamento non affronta. 

Manca qualsiasi riferimento al telerilevamento (inteso nella sua estensione più ampia) come strumento principe di lettura del territorio e di analisi preventiva e non distruttiva di esso; manca, inoltre, qualsiasi riferimento ad accordi interministeriali per fornire gli strumenti cartografici e fotografici (cartografie aggiornate, catasti, foto aeree, immagini da satellite, da radar, ecc…) utili e necessari alla corretta redazione delle carte e delle relazioni.

In generale, quindi, esattamente come è finora avvenuto, si riduce il ruolo della VIARCH a mero strumento formale, privo di alcuno interesse per la soprintendenza, che richiederà sempre e comunque scavi preventivi per verificare la sussistenza dell'interesse archeologico nelle aree interessate dai lavori da eseguire.

Assumono, invece, enorme peso, in un contesto non pensato per esse, le Valutazioni di Impatto Ambientale e la documentazione ad esse allegata, con due conseguenze pericolose: quella documentazione, che ufficialmente farà parte degli strumenti con cui verrà valutata la fattibilità dell’opera, dovrà essere valutata da tecnici che non hanno alcuna preparazione su quelle materie; in secondo luogo, l'inserimento di tale documentazione tra quelle atte a valutare la fattibilità di un'opera crea un palese conflitto col Ministero dell’Ambiente, che si occupa di VIA da decenni e per questo prevede nel proprio organico figure tecniche preparate a recepirle e valutarle.

Cosa accadrà quando su questo aspetto i due ministeri avranno pareri discordanti? Quale sarà vincolante?

Un salto nel passato, dal punto di vista metodologico, sembra che si compia sul rischio archeologico,, concetto complesso e su cui molte sono le posizioni, le opinioni e gli algoritmi elaborati, in Italia e altrove, per calcolarlo statisticamente, ci si focalizza sui colori pantone da utilizzare, non sui criteri univoci con cui indicarlo in una carta: ciò che per un professionista è rischio basso per un altro può essere alto, diversi saranno i criteri di valutazione ma uguali i colori...

Per citare un caso realmente accaduto, ad esempio, una necropoli di tombe a cappuccina per alcuni rappresenterebbe, nella realizzazione di un’opera  un rischio tutto sommato basso, perchè una volta scavate le tombe si potrebbe comunque procedere con il progetto, per  altri, con ragionamento ugualmente corretto, si potrebbe parlare di rischio alto, per il fatto che il progetto le intercetta, costringendo a scavarle ed esaurendone il deposito archeologico…

In generale, inoltre, si assiste ad una forte burocratizzazione di tutto il procedimento, con tonnellate di carte (rigorosamente da inviare in versione cartacea!), distribuite in doppia copia tra soprintendenze e Direzione Generale, anche nei casi in cui il committente non richieda l'intervento della stessa Direzione.

Se da un lato è vero che oggi la direzione Generale per l'Archeologia ha assunto il ruolo di coordinamento e indirizzo per le soprintendenze archeologiche e il potere di sotituzione delle soprintendenze stesse nel caso di rallentamento burocratico, ci chiediamo se sia giusto esercitare questo potere preventivamente controllando l'operato delle organizzazioni periferiche del Ministero e non quando il committente, pubblico o privato, richieda l'intervento della Direzione.

Per quanto riguarda la produzione di nuovi dati archeologici (provenienti da ricerche territoriali o di scavo), non è questa, forse, l'occasione perfetta per affrontare il tema della creazione di un unico sistema cartografico nazionale, in seno al Mibact, e che consenta di collazionare i dati di archivio già in possesso del Ministero e tutti i dati provenienti dalle ricerche di archeologia preventiva? Prendendo spunto dalle esperienze estere (si pensi alle ricette differenti ma egualmente valide di Francia, Gran Bretagna e Olanda) riteniamo che sia giunto il momento di creare un unico sistema che vada oltre il puro archivio schedografico del SigecWeb, pur importante, e che consenta quell'accesso libero e aperto ai dati che Codice dell'Amministrazione Digitale impone a tutte le PA e sul quale si organizzano da anni convegni per poi puntualmente tradirne lo spirito.

D'altronde, appare evidente come lo scoglio più importante che si incontra nel redigere una carta archeologica o del rischio archeologico di un'area sia quello dei dati di archivio, spesso poco accessibili e di cui non sono accessibili in rete nemmeno gli indici generali: questo sarà forse uno dei pochissimi momenti in cui avremo la possibilità di delineare politiche sull'archeologia preventiva in Italia, non possiamo perdere l'occasione di far partire una digitalizzazione di quei dati, partendo, intanto, da quelli che serviranno per le carte delle Valutazioni di Impatto Archeologico (scaricando quindi il peso economico di questa operazione su quei soggetti che comunque hanno interesse diretto a consultare quei dati) e a tappeto su tutto il territorio nazionale, creando, finalmente, una carta aggiornata e aggiornabile del patrimonio archeologico italiano e superando quei meccanismi antistorici e illegali di gelosia dei dati, che fino ad oggi hanno fatto vivere il possesso delle informazioni archeologiche di un territorio come un fatto privato di questo o quel funzionario o soprintendente.

In un momento di tagli alla ricerca e alla tutela, non possiamo permetterci di far perdere nei meandri nei nostri polverosi archivi, le ricerche, le ricognizioni, le indagini geognostiche e i risultati degli scavi che, grazie alla normativa, saranno comunque pagati dai committenti delle opere.

Un altro tema che ci preoccupa sono i meccanismi di scelta dei soggetti che devono applicare la normativa: la legge prevede, infatti, che venga redatto un elenco, in cui non è necessario essere iscritti certo (lo dicevamo nel 2006...), ma i cui criteri sono vincolanti; come criteri vincolanti si è scelto a suo tempo di considerare esclusivamente i titoli formativi acquisiti (dottorato o specializzazione), non l'esperienza o le competenze. Leggiamo con stupore, dunque, che secondo il regolamento proposto il committente sarà obbligato a fornire una rosa di nomi alla soprintendenza che può decidere chi ne debba essere escluso...

Noi siamo in totale disaccordo con questo approccio perché mina la trasparenza nell’assegnazione degli incarichi, concede uno spazio inconcepibile di discrezionalità alle soprintendenze nell’affidamento degli incarichi, permette la costruzione di un sistema di distribuzione clientelare dei lavori in archeologia, rischia di tenere fuori dal mercato professionisti validi ma magari non particolarmente apprezzati dalle soprintendenze.

Ci chiediamo quale sia la ratio di una simile scelta, che rischia di avere due opposte conseguenze: da una parte contribuirà in molti casi a perpetuare la pratica odiosa e inveterata, ancora purtroppo diffusa nelle nostre soprintendenze, dell'imposizione di professionisti “amici” ai committenti (perché i committenti pur di non avere problemi sulla rosa da loro proposta chiederanno nomi direttamente ai funzionari...), dall'altro si rischieranno ricorsi da parte dei committenti e dei professionisti esclusi che riterranno quell'ingerenza da parte delle soprintendenze un abuso...

L'anno scorso è stata finalmente approvata la legge 110/2014, sul riconoscimento professionale, di essa non solo non v'è traccia alcuna nel presente testo (se non in una nota), ma si delega alle scelte del funzionario territoriale chi potrà lavorare o meno nell'ambito di una disciplina che già prevede meccanismi selettivi...

Leggiamo tra le righe la preoccupazione che i professionisti scelti dai committenti rispondano più agli interessi di chi li paga che alla propria etica professionale: naturalmente nessuno di noi può escludere aprioristicamente che una cosa del genere, per quanto remota, accada, ma ricordiamo che proprio per questo esiste il Mibact, che attraverso i suoi funzionari ha il compito di controllare il corretto andamento delle attività archeologiche in quegli scavi di cui, non a scaso, è anche il direttore scientifico. Per quanto riguarda le VIARCH, poi, è facoltà della soprintendenza richiedere maggiori approfondimenti per quelle relazioni o carte che presentino elementi di non completezza o scarsa qualità.

Sempre riguardo ai professionisti, riteniamo che le percentuali e le cifre minime previste per i costi dell'archeologia preventiva (curiosamente inclusi in una voce unica con i restauri, lo studio e la pubblicazione dei risultati, escludendo solo le spese per la eventuale valorizzazione...) debbano essere rivisti non solo nelle cifre ma anche nell'adeguamento all'inflazione (scrivere nel 2015 che la cifra minima da stanziare per l'Archeologia Preventiva sono 2500 €, che senso avrà nel 2025 o nel 2035?).

Ultimo tema spinoso è quello degli ambiti di applicazione della normativa: la circolare 10/2012 ben diceva che le procedure previste dagli articoli 95 e 96 potevano essere applicate anche ad ambiti formalmente esclusi dall'Archeologi Preventiva. Su questo principio siamo assolutamente d'accordo.

Non siamo d'accordo sull'estendere oltre alle procedure anche le richieste formative: se, come sembra dal testo, si vuole estendere la normativa anche ad ambiti privati e di modeste dimensioni, non si può pensare di escludere dal mercato del lavoro il 48% degli archeologi attualmente attivi in Italia (dati DISCO2014), che non possiedono Specializzazione o Dottorato.

Inoltre va spiegato con precisione quali sono gli ambiti di applicazione della normativa: essa prevede anche gli interventi sui “sottoservizi” urbani? Nel testo viene infatti proposto di effettuare carotaggi in ambito urbano per le opere a rete…Ci sembra una richiesta non solo eccessiva ma di scarsissima applicabilità, che rischia di complicare una procedura, quella dell'assistenza in corso d'opera, che anzi avrebbe bisogno di essere estesa a tutti gli ambiti territoriali.

 

Osservazioni specifiche

Riga 16 pagina 2 Cosa si intende per zone di interesse archeologico? Scritto in questa maniera sembra richiamare quelle aree in cui sia già stata emessa una notifica di interesse archeologico e risulta escluso il patrimonio archeologico sepolto, che per sua natura non può ancora essere conosciuto e di cui non si può, evidentemente, esprimere l’interesse...

Meglio sarebbe anticipare, almeno parzialmente, la dicitura espressa nell'articolo 8.1, in modo che sia chiaro da subito l'ambito di applicazione.

Par. 1.2 e 1.3 Indicando le Soprintendenze come ‘strutture del MiBACT  legittimate ai procedimenti’ è di fatto escluso il territorio regionale della Sicilia. Però in Sicilia sono validi tutti i presupposti normativi indicati nel par. 1.1: il codice dei Beni Culturali è applicato tal quale (senza normativa regionale di recepimento) e il Codice degli appalti è stato recepito con Legge Regionale n. 12 del 12 luglio 2011, pubblicata sul Supplemento Ordinario n. 1 alla G.U.R.S. n. 30 del 14 luglio 2011. La disposizione in questione ha infatti (finalmente) sancito il recepimento, nell'ambito della Regione Siciliana, del D.Lgs. 163/2006 (Codice dei Contratti) e del D.P.R. 207/2010 (Regolamento di attuazione del Codice dei Contratti).

Andrebbe quindi posta la questione dell’applicazione di questo regolamento sull’intero territorio nazionale, tramite il formale coinvolgimento dell’Assessorato Regionale ai BB.CC. e I.S. della Regione Siciliana.

Par. 2.1 Meglio realizzazione che localizzazione; così come altrove nel testo.

Par 2.4 L'inclusione nella disciplina di Archeologia Preventiva dei “mutamenti nell’aspetto esteriore o nello stato dei luoghi” sembra riguardare la valutazione di impatto ambientale più che quella di impatto archeologico. Così si crea un conflitto col Ministero dell’Ambiente e la necessità di un doppio parere su questo aspetto.

Così si sottopongono a VIARCH anche la sostituzione dei cancelli di qualunque edificio pubblico...

A meno di poderose immissioni di personale nel Mibact, non ci sembra che la struttura ministeriale sia in grado di gestire la mole di pratiche che l'inclusione di questa dicitura comporterà...

Par. 2.6 e 2.7  Se sono escluse le aree archeologiche (art. 142 del Cod. dei BB.CC.), perchè non sono escluse anche le aree vincolate ai sensi degli artt. 10-15 e 46-47 del Codice dei Beni Culturali?

Par. 3.1 La richiesta dell’intero progetto, per alcune opere, sembra eccessiva e rischia di ingolfare il sistema di valutazione dell’opera: non basterebbe richiedere stralci del progetto che interessino il sottosuolo o il patrimonio archeologico? La dicitura utilizzata sembra più adeguata per una valutazione di impatto ambientale che per una di tipo archeologico. Inoltre nel paragrafo 4.2 si afferma proprio questo...

Perchè coinvolgere nella scelta di esclusione o inclusione nella disciplina di Archeologia Preventiva un soggetto abilitato se comunque il progetto verrà vagliato dalla soprintendenza?  In questo modo si pone una responsabilità molto pesante sulle spalle del soggetto abilitato, ma il Ministero deve comunque dare un parere...

La Valutazione di Impatto Archeologico non dovrebbe indicare una cosa del genere, ma valutare l'impatto delle opere sul patrimonio archeologico e fornire una valutazione del rischio collegato: dare questa responsabilità ai professionisti, in una fase precedente alle vere e proprie indagini archeologiche, significa rischiare di svalutare la funzione delle VIARCH, relegandole a mero strumento formale, in quanto nessun professionista si assumerà la responsabilità di escludere possibili ritrovamenti archeologici in aree in cui, a quel momento, non è stato possibile effettuare sondaggi in profondità.

Riteniamo che la funzione della VIARCH dovrebbe essere quella di consigliare al progettista le forme e i luoghi in cui, con minore probabilità, si intercetteranno strutture o suoli archeologicamente rilevanti.

Una norma di questo tipo rischia di far sviluppare continui dissidi e conflitti tra le posizioni espresse dal professionista incaricato (che può valutare che in un'area non siano necessarie ulteriori indagini preventive) e il funzionario o il soprintendente competente, con conseguenti ricadute nel rapporto tra il professionista e il committente; si tratta di procedure di tutela, anche se preventive, dunque dovrebbe essere esclusivamente responsabilità e facoltà delle soprintendenze valutare l'inclusione o l'esclusione delle opere in oggetto dalle procedure di Archeologia Preventiva, esattamente come avviene nella fase finale della procedura con la relazione archeologica definitiva.

3.5 Nella prima bozza del regolamento che era stata diffusa, anche in rete, pensavamo che l'indicazione di una cifra non superiore al 12% dell'intero importo per le attività di archeologia preventiva (articoli 95 e 96, compresi i restauri, la pubblicazione, lo studio dei materiali e manufatti) fosse un refuso per non inferiore, invece sembra che nell'articolo 3.5 della nuova versione del testo si ribadisca questa indicazione: per un lavoro di 1.000.000 € significherebbe che per l'archeologia preventiva sarebbero in tutto disponibili 120.000 €, una cifra risibile considerate tutte le operazioni previste e che rischia, ancora, di far scivolare la redazione della VIARCH in fondo ai problemi dei committenti, visto che verranno verosimilmente quasi sempre richiesti sondaggi preventivi da parte della soprintendenza e che essi, per il coinvolgimento anche di squadre di mezzi meccanici e di operai, dreneranno l'intera cifra in poche settimane. Lo stesso codice degli appalti, ormai, riconosce la figura dell'archeologo progettista, incaricato di valutare anche e soprattutto questi aspetti. Non sarebbe più corretto demandare ad una valutazione del progetto di scavo, con tutti i relativi costi, dando solo indicazioni di massima ai committenti? Inoltre una volta raggiunta la percentuale del 12% che si fa, si bloccano gli scavi in corso e la soprintendenza, qualunque siano i risultati, dà il via libera al progetto?

Altra nota dolente è il minimo di 2.500 € per i lavori inferiori a 50.000 €: questa cifra, non indicizzabile all'inflazione nazionale (che quindi resterà immutata anche tra 10 o 20 anni...) sembra decisamente troppo bassa, basti pensare che tale cifra corrisponde più o meno ad una settimana di scavo con una ruspa e un operaio (comprendente i costi di cantierizzazione, ecc.).

8.2 Le interferenze col contesto sembrano richiamare più la Valutazione di Impatto Ambientale, con conseguente sovrapposizione con le prerogative del Ministero dell’Ambiente. Così anche oltre nell’articolo.

Non sarebbe meglio, al di fuori o all’interno del presente regolamento, favorire un dialogo costante con quel Ministero, ovvero coinvolgerlo attivamente nella procedura? In questo modo avremmo una tutela olistica ma gestita correttamente dai soggetti incaricati istituzionalmente.

Inoltre: ha il Mibact le competenze tecniche (non archeologiche) per valutare fattori esclusivamente ambientali? E se il parere del Mibact confligge con quello del Ministero dell’Ambiente su questo specifico aspetto, quale parere sarà ritenuto vincolante?

La situazione è particolarmente lampante quando si leggono gli argomenti che la relazione dovrebbe trattare (riferendosi all’articolo 19 del codice dei lavori pubblici) mentre l’aspetto archeologico, quello che dovrebbe essere al centro della VIARCH, ha un ruolo estremamente marginale.

Perchè chiedere il computo economico dell’intera opera nella fase preliminare, quando i dati a disposizione e le opzioni (comprese quelle che il Mibact può esprimere) non sono ancora note o decise?

8.3 Perchè la documentazione va inviata anche alla Direzione Generale? Questo può configurarsi come un ulteriore aggravio burocratico, soprattutto perchè la Dir. Gen. non sembra avere potere di richiedere integrazioni, nè ha termini temporali fissati, dunque sembra essere un’operazione di controllo sulle Soprintendenze senza un reale bisogno. Anche la necessità di invio su supporto cartaceo di tutta la documentazione sembra rappresentare più un problema, sia per il committente che per la Direzione Generale e le Soprintendenze; non era meglio richiedere, almeno per le carte, standard informatici e geografici precisi (formato shp o spatialite per i vettori, raster georiferiti in una data proiezione, ecc.)?

Se l'articolo era volto a rassicurare il committente (il riferimento alle norme sul potere sostitutivo sembrano confermarlo), perchè prevedere questa prassi sempre e in ogni caso e non quando il committente ritenga di aver subito ritardi?

8.4 Lo studio di prefattibilità ambientale dovrebbe, ad oggi, essere uno strumento del Ministero dell’Ambiente, viene richiesto perchè esso fa parte degli elementi su cui si valuta l’impatto archeologico? Anche qui si intravede un conflitto di competenze e una relativa difficoltà da parte dei tecnici del Mibact (che non sono esperti di Scienze Ambientali) nel valutare quelle documentazioni.

per 8.5, 8.6 e 8.7: 10 giorni di tempo per decidere se la documentazione presentata va bene o se chiedere integrazioni, 90 giorni di tempo per dare prescrizioni o chiedere modifiche e/o varianti al progetto (preliminare). Se non c’è risposta il Direttore Generale ha tempo 45 giorni, su richiesta della stazione appaltante, per dare eventuali prescrizioni in sostituzione del Soprintendente..

I tempi tecnici solo per far partire il progetto sembrano infiniti, col risultato che la procedura di VIARCH e quelle di scavo saranno ridotte all’osso dagli stessi committenti, ufficialmente o ufficiosamente che sia, come d’altronde già accade...

 

8.7 Dunque non ha valore il silenzio/assenso previsto dalla normativa…

Inoltre qui ritorna il tema dei poteri sostitutivi da parte della DG: se le carte di cui deve occuparsi il Soprintendente sono quelle qui elencate, siamo sicuri che i 90 giorni siano adeguati? Anche in questo caso si rischia un ingolfamento del sistema Mibact, con conseguente rallentamento delle procedure o addirittura riduzione del sistema tutela.

9.3 Dunque se nell’area sono stati già eseguite prospezioni non sarà possibile farne di nuove nemmeno con altre ubicazioni? Inoltre alcune di queste indagini hanno risultati molto differenti anche al variare di elementi come l’umidità e la stagione...

9.5 il massimo del 40% per le trincee nelle aree sottoposte  a movimento terra sembra poco, soprattutto se dal loro esito si deve decidere se continuare la procedura. Forse sarebbe meglio stabilire un range non inferiore a… e non superiore a… che può variare a seconda delle situazioni incontrate.

9.6 Va specificato meglio cosa significa “livelli di frequentazione, di strutture e/o materiali archeologici”, potrebbe trattarsi anche di elementi sporadici (pochi frammenti di mattoni non sono propriamente un elemento archeologicamente significativo…).

10.3 E’ un depotenziamento molto forte del ruolo del professionista incaricato del progetto, che ha una mera funzione compilatoria sottoposta, in ogni caso, al vaglio e l’approvazione del Soprintendente: anche questo è un appesantimento burocratico, che allunga i tempi dei lavori in maniera sostanziale. Non sembra, inoltre, congrua la richiesta di possesso dei requisiti di cui all'art. 95 comma 1 del codice dei contratti, che riguarda esclusivamente la firma della VIARCH.

Questa estensione del detto comma (sostanzialmente la richiesta che il professionista sia dotato di diploma di specializzazione o Dottorato in Archeologia) non solo risulta un eccesso rispetto all'estensione originaria della norma, ma non garantisce in alcun modo la qualità del progetto di scavo presentato, che dovrebbe essere, invece, redatto da un archeologo dotato di esperienza pluriennale in questo settore, come peraltro già stabilito dal Regolamento di attuazione ed esecuzione del Codice dei contratti all'articolo 245 comma 2 (Decr. Pres. Rep. 5/10/2010 n. 207).

10.4 Il 20% minimo per la documentazione di scavo, studio dei contesti e dei materiali è troppo poco, c’è uno sbilanciamento a favore della conservazione dei Beni (dove interviene solo la Soprintendenza, con potere di decidere quanto spendere) e a scapito dei professionisti, perchè il budget considerato è lo stesso.

Non c’è, inoltre, menzione del rispetto della professionalità, sulla base della 110/2014, dei contratti, delle condizioni di lavoro, a differenza di quanto accadeva col testo  elaborato dalla commissione istituita presso la Direzione generale negli anni 2008-2010.

Nella scelta del coordinatore del cantiere la dicitura "Secondo le indicazioni motivate della Soprintendenza" si presta ad un’interpretazione fortemente soggettiva da parte dell'Amministrazione: se il soggetto è qualificato secondo la 110/2014  o rispetto all'articolo 95 comma 1 del Codice dei Contratti risponde già ai requisiti per poter stare in cantiere, il sospetto è che si vogliano imporre nomi ai committenti.

Stesso discorso vale per la rosa di nomi: i professionisti debbono rispondere a criteri oggettivi abilitanti, non vagliati volta per volta, come, d’altronde, stabilito dal codice dei contratti richiamato anche all’articolo 13.1. Inoltre deve, ovviamente, essere possibile affidare i lavori di scavo anche a società che presentino i requisiti per farlo, è impensabile che non vengano menzionate, questa non è la procedura di Viarch, è già l’articolo 96 e il possesso del Dottorato o Specializzazione non è previsto dalla legge. E’ basilare, inoltre, che sia introdotto un riferimento alla L. 110/2014, appena approvata e in corso di regolamentazione da parte della DG Formazione.

11.2 Viene estesa l'applicazione dell'articolo 248 comma 5 del Regolamento di attuazione ed esecuzione del Codice dei contratti anche a lavori che non necessariamente richiedono l'OS25 (sotto i 150.000 €), dunque si richiede anche per lavori di piccole proporzioni che il Direttore Tecnico della Società incaricata dei lavori di scavo possegga il diploma di Scuola di Specializzazione o Dottorato.

Sarebbe giusto che fosse citato qui o al successivo articolo 11.3 il rispetto e l'inserimento degli operatori coinvolti nello scavo dei Contratti Nazionali di Lavoro, in particolare quello dell'Edilizia.

12.1 Attenzione! Si dice che la relazione (tutta, senza distinzioni) debba essere a firma del funzionario, ma è chiaro che qui può esservi una palese violazione del diritto di autore, visto che è evidente che la descrizione delle attività svolte e della stratigrafia/strutture rinvenute sarà fatta dal famoso professionista incaricato: al funzionario non può che spettare la relazione tecnica delle prescrizioni di tutela, basata, naturalmente, anche sulla relazione archeologica prima menzionata…

12.3 Al funzionario resta tutto il potere di decidere il piano di pubblicazione, utilizzando i dati forniti dagli archeologi che hanno scavato, col solo obbligo di consultarli se vogliono partecipare alla pubblicazione...con buona pace del diritto d'autore...

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