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LETTERA APERTA AL PROF. G. SASSATELLI SUL BANDO PER ASPIRANTI VOLONTARI DI UNIBO

sassatelli

Ieri abbiamo inviato al Prof. Sassatelli dell'Università di Bologna la seguente lettera:

 

Gentile prof. Sassatelli,

le scriviamo in merito al “Bando per aspiranti volontari alle attività di scavo”, recentemente pubblicato dal Dipartimento che lei dirige. Apprezziamo la sua decisione di emanare un comunicato in risposta alle discussioni che si sono accese sui social media, perché la consideriamo una significativa apertura da parte del mondo accademico, che dimostra di frequentare i luoghi anche meno ortodossi della discussione archeologica e di volersi confrontare con chi vi partecipa.

Gli interventi che abbiamo letto sono la dimostrazione che gli archeologi sono un corpo multiforme, vivace, attento e interessato alla propria professione. I social media hanno abbattuto molte barriere sociali, culturali e generazionali che impedivano il confronto tra colleghi, democratizzando un dibattito che è sempre più vivo e ricco di spunti di riflessione. Siamo convinti che sia un valore aggiunto alla discussione sulla nostra professione.

Abbiamo letto attentamente le sue parole e ne capiamo le intenzioni, perché siamo consapevoli dell’inestimabile valore delle esperienze formative che gli archeologi svolgono durante il corso dei loro studi. Comprendiamo come le università siano in grave difficoltà, specie i dipartimenti umanistici, a causa dei mille vincoli burocratici imposti da una riforma che sta riducendo a numeri gli studenti e a mero calcolo di crediti lo studio, lo scavo, i laboratori e tutte le attività che caratterizzano l’iter formativo di un buon archeologo.

Quello che vediamo chiaro, però, è il rischio di diffondere, specie tra i più giovani, l’idea che sia normale che gli archeologi lavorino gratuitamente sui cantieri, nei laboratori o nelle aule universitarie. Temiamo, e ne è testimone la forte contrazione degli iscritti alle facoltà umanistiche, che si torni ad un sistema elitario in cui l’archeologo è esponente delle classi sociali più elevate, o all’idea romantica dell’archeologo come appassionato, perenne studente votato alla ricerca a costo di zero.

Pertanto, anche rivendicare, senza falsi pudori, il valore economico del nostro lavoro è parte sostanziale del processo di riconoscimento, politico e sociale, della nostra professione, e non può prescindere da esso.

 

Dovremmo, poi, trovare un punto di incontro anche sulla narrazione della nostra professione, restituendo il valore politico alle parole che utilizziamo per raccontarci.

Cominciamo ad affermare tutti, con convinzione, che l’attività svolta dopo la laurea si deve chiamare lavoro e che i laureati in archeologia che operano nel settore sono Archeologi Professionisti. L’abuso dell’aggettivo “giovani”, oltre ad essere spesso rivolto a chi giovane non è più, rischia di delegittimare le persone e sminuire il valore di quel titolo che è professionalizzante proprio grazie allo straordinario lavoro che le nostre università svolgono.

La grave crisi economica che colpisce il paese e, in particolare, il settore dell’edilizia a cui tanta parte delle nostre committenze sono legate, ha generato un numero elevatissimo di imprese in fallimento e di professionisti che abbandonano la professione. 

Quando un archeologo plurititolato è costretto a cambiare mestiere per sopravvivere, sia chiaro che a perdere è il “Sistema Archeologia”, tutti i suoi componenti devono sentirsi corresponsabili del fallimento. Evidentemente non siamo riusciti a costruire un impianto in cui tutti gli ingranaggi lavorano, ciascuno con il proprio ruolo, per far funzionare la macchina nel complesso e non solo il segmento di appartenenza.

Se questo scenario si palesa, ormai a livelli emergenziali, anche in Emilia-Romagna, una regione con eccellenze formative e un sistema economico dinamico e saldamente strutturato sul territorio, allora forse è giunto il momento di fermarci e trovare insieme una soluzione condivisa per rispondere a delle esigenze che, evidentemente, non riusciamo più a soddisfare.

Malgrado i sacrifici di decenni di battaglie per conquistare la dignità professionale e il riconoscimento economico che meritiamo, gli archeologi sembrano ancora agire come monadi che non riescono a valorizzare i tanti fattori che li accomunano, preferendo farsi tante piccole inutili guerre tra accademici, ministeriali, liberi professionisti e imprese.

L’attuale situazione economica e politica non ci concede più altro tempo, la soluzione va trovata qui ed ora. Dobbiamo avviare un confronto  più franco e concreto di quanto abbiamo saputo fare finora, intraprendendo un percorso che abbia come obiettivo la costruzione di una categoria unita e compatta, pur nelle molteplici declinazioni della nostra professione.

Pertanto, non solo raccogliamo la sua disponibilità al dialogo, ma le proponiamo di organizzare insieme un incontro tra tutti i protagonisti del nostro settore, con l’obiettivo di elaborare proposte concrete e condivise per restituire dignità alle aspettative di tutti gli archeologi.

 

Con i più cordiali saluti,

 

Valentina Di Stefano

Confederazione Italiana Archeologi

Emilia-Romagna

 

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