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APPROFONDIMENTI

Sondaggio sugli open data

 

I dati raccolti da questo sondaggio in circa due settimane sembrano confermare che anche nel mondo dell'archelogia si sta diffondendo la consapevolezza del significato dei dati liberi, gli Open Data. Questa cultura va di pari passo con l'esigenza sempre più sentita, anche nell'ambito dei beni culturali, di poter accedere alla conoscenza – informazione scientifica e risultati della ricerca, dati delle Pubbliche amministrazioni, dati geografici, etc..in maniera semplice, rapida, flessibile, e soprattutto non più limitata alle sole pubblicazioni cartacee coperte dal tradizionale "All right reserved".

Ma cosa sono esattamente i dati liberi? Nell'ambito dei dati e della conoscenza in generale, per "dato aperto" o libero, secondo la definizione derivata dall'Open Definition (http://opendefinition.org/), si intendono tutti quei dati che possono essere liberamente utilizzati, riutilizzati e ridistribuiti da chiunque; le licenze con cui questi dati possono essere pubblicati sono definite licenze libere o open content licenses, tra le quali le più note e utilizzate sono le Creative Commons (http://creativecommons.org ), ma esistono numerose licenze italiane che definiscono lo stesso tipo di diritti e limitazioni all'uso (http://www.dati.gov.it/iodl/2.0/ ).

I vincoli cui i dati aperti possono essere soggetti sono costituiti dall'obbligo di citare la fonte (requisito di attribuzione) o di condivisione allo stesso modo (share alike). Una serie di chiarimenti sul diritto d'autore e sull'uso delle licenze open content è disponibile all'indirizzo (http://www.scarichiamoli.org/main.php?page=faq2#11).

Occorre quindi sgomberare il campo dalla convinzione – piuttosto diffusa – che i dati liberi non siano soggetti ad alcuna licenza: i dati sui quali l'autore rinuncia a detenere qualunque diritto ovvero quelli di Pubblico Dominio, concessi in uso con licenze del tipo CC0 - Public Domain, definite anche "No Rights Reserved" (http://creativecommons.org/about/cc0), e quelli il cui autore sia morto da più di 70 anni, ricadenti per legge nel Pubblico Dominio, sono solo una piccola parte dell'ampio panorama dei dati aperti.

Un aspetto fondamentale dell'apertura dei dati è la possibilità del riutilizzo da parte dei cittadini e delle imprese. Per i veri dati aperti, le restrizioni di tipo “non-commerciale” non sono ammesse: queste infatti impedirebbero il riutilizzo creativo dei dati per la creazione di nuovi prodotti, applicazioni e servizi. Nell'ambito dei professionisti archeologi, si pensi solo ai vantaggi che deriverebbero dalla possibilità di accedere a dati geografici e scientifici aggiornati, in termini di tempi di consegna e soprattutto di qualità del lavoro: l'impossibilità di riuso a fini commerciali dei dati acquisiti ne annullerebbe di fatto l'utilità, rendendoli soggetti alla clausola del "guardare ma non toccare" che mal si sposa con la democratizzazione e diffusione della conoscenza, e soprattutto con l'intento di rendere sempre più efficiente il funzionamento e la gestione della cosa pubblica. Non a caso, il dibattito sull'Open Data è più acceso che mai soprattutto per quel che riguarda i dati prodotti o detenuti dalla Pubblica Amministrazione (che peraltro dovrebbero essere i più liberi, in quanto finanziati da tutti i cittadini). A questo proposto, è interessante la lettura di un brano del Manifesto per l'Open Government, che recita:

"I dati, chiari e leggibili, gestiti dalle Pubbliche Amministrazioni devono essere accessibili a tutti sul Web in formato aperto, gratuitamente ove possibile, e – in ogni caso – con licenze idonee a consentire la più ampia e libera utilizzazione. La disponibilità di dati aperti è, di fatto, l’infrastruttura digitale sulla quale sviluppare l’economia immateriale. Le Pubbliche Amministrazioni, liberando i dati che gestiscono per conto di cittadini e imprese, possono favorire lo sviluppo di soluzioni da parte di soggetti terzi e contribuire in modo strategico, allo sviluppo economico dei territori dalle stesse amministrati.

(http://www.scribd.com/doc/44375998/Manifesto-dell-Opengovernment)

 

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